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Storia

Il visitatore che si reca a Misilmeri per trascorrervi il fine settimana rimane sorpreso per la estrema varietà delle situazioni che vi incontra. A iniziare dagli stili architettonici, per poi continuare con le policromie che offrono gli esterni delle case, e finire con l'intreccio urbanistico frutto di casuale sintesi fra antico e moderno. Lo stupore potrebbe accrescersi se si fermasse ad ascoltare un misilmerese. Sembra infatti che un antico sortilegio abbia imbrigliato le cose e gli uomini di Misilmeri al destino dell'ineffabilità. Quanti hanno cercato di rompere l'incantesimo ne hanno rinvigorito la forza. Così a cominciare dagli storici che si sono occupati delle origini, pervenendo alla conclusione che nessuna affermazione storica può essere pronunciata con rigore sulle origini di Misilmeri. Tracce di insediamenti umani nel nostro territorio, infatti, risalgono al preistorico, all'industria del paleolitico, anche se di vero insediamento abitativo in senso moderno può solo parlarsi a partire dal XVI secolo.

Eppure non si può tacere di Fiotto e Pizzo Cannita, di una civiltà anch' essa dal nome ineffabile, Cidonia o Cronia, fiorita sulle alture di un colle scelto con sagacia fra gli splendidi versanti cui la natura ha conferito il dono dell'inespugnabilità.

Come non si può tacere il censimento arabo del 999 d.C. che registra una popolazione di 8312 anime a Misilmeri, sebbene non esista una sola parola degli storici sul periodo arabo. Oggi tentiamo di raccogliere le tessere di un mosaico che, nonostante il sortilegio di cui sopra, comincia ad avere una sua dignità storica; un mosaico con tre o quattro scorci della storia del territorio misilmerese che, certamente, rimarranno punti di riferimento per le future generazioni. Cominciamo con Cannita, nei pressi della frazione di Portella di Mare: due sarcofaghi antropoidi ed un numero imprecisato di altri oggetti sacri, oggi custoditi al Museo archeologico di Palermo, rappresentano l'esigua quanto incommensurabile testimonianza di una comunità greco-fenicia che per più di tre secoli (dal VI al III sec. a.C.) si stanzia in quel territorio. Una seria campagna di scavi, nonostante i saccheggi e le asportazioni, gioverebbe allo stato delle conoscenze.

Con un salto di 1200 anni passiamo ai primi decenni del X secolo. Misilmeri araba si staglia all' orizzonte della valle dell'Eleuterio, dominata dalla imponenza del Castello e protetta dalla maestosità di AlIah e dalle moschee a ovest e a nord. L 'insediamento arabo è capillare: canalizzazioni, mulini d'acqua, sistemi di coltivazione, fonti ed opere strutturali danno l'idea di una presenza pervasiva. Qualcosa ancora oggi sopravvive: ma di moschee nemmeno una traccia. Solo notizie più o meno attendibili. Fra tutte il resoconto di un viaggiatore arabo del XIII sec., Ibn Giubail, dove si narra di una delle più splendide moschee, tra quelle viste, in territorio misilmerese.

Dopo gli Arabi, Misilmeri conosce i Normanni e con essi un periodo di relativo declino. Migliore sorte spetta alla nostra cittadina sotto l' aristocrazia locale che per cinque secoli, fra ducati e baronie, spadroneggia dall'alto del castello: la popolazione, che nel frattempo si è stabilita sull'asse viario dell'attuale corso principale, trova sollievo rifugiandosi nel più genuino sentimento religioso. La Chiesa Madre ne è testimonianza. Costruita nel 1553 per volere di Don Vincenzo del Bosco fu, in varie fasi, restaurata e ristrutturata sia all'interno che all' esterno. Oggi è il monumento per eccellenza di Misilmeri. La sua ampia scalinata e il frontone principale con rosone a raggiera, voluti dal sindaco Pietro Scozzari alla fine del secolo scorso, conferiscono rigore e sontuosità alla piazza principale. All'interno gli stucchi del Firriolo (scuola del Serpotta) della fine del '700, la tela dell'Immacolata di Vito D'anna, una Via Crucis su ardesia dello stesso, l'urna argentea del Patrono S. Giusto, varie statue lignee tra cui l'Immacolata di Marabitti (1734).

L'ideale visitatore del Settecento che sul portone principale della Madrice si fosse fermato ad ammirare la ridente vallata, ad occidente avrebbe scorto uno dei primi orto botanici d'Europa (1692) con annesso un giardino zoologico. Pare che più di duemila esemplari di piante provenienti dalle lontane terre d'Asia e d'Africa, fossero state selezionate, curate ed introdotte dal frate Francesco Cupani, insigne botanico, responsabile e braccio destro del duca di Misilmeri, don Giuseppe del Bosco Sandoval. Il visitatore di oggi quasi nella stessa direzione non troverà più l'orto botanico, scomparso da più di due secoli per un destino ineffabile, ma le fattezze artistiche della Fontana Grande. Progettata da Benedetto Civiletti, sotto l'inesauribile propulsione del sindaco Pietro Scozzari, con le sue tredici bocche di leone e due statue ninfee laterali, sorge a fronte della Chiesa Madre. Nella fantasia del progettista doveva costituire uno dei lati del pentagono (Chiesa Madre, Chiesa S. Antonio, Municipio, Fontana Grande) simboleggiante, nel microcosmo paesano, l'ideale tardo ottocentesco della sintesi tra fede religiosa e impegno civile. Prima di lasciare Misilmeri il visitatore non dovrebbe perdersi la delicatezza del bassorilievo della scuola del Gagini custodito presso la Chiesa di S. Antonio, e la monumentale fontana del '700 in piazza Guastella; ma non dovrebbe soprattutto perdersi l' aria che si respira, la musicalità di una 'cittadina'' che, fra natura e storia, conserva quei tratti di autenticità e ingenuità, dove c'è ancora spazio per lo stupore e la meraviglia. Come quando ci si diverte a cercare la tomba di Claudio Galeno, senza per questo togliere serietà al lavoro di esegesi o, invece, quando si strizza l' occhio e si accenna un sorriso per la storiella del bicchiere d' acqua che, se portato pieno sulla groppa di un toro selvatico sino alle pendici del castello, aprirebbe la fiera dei tesori e delle vanità al fortunato eroe.

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